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Il Dharma del Buddha

di Antonio Sartini e Milena Riolo

 

Nel Buddhismo il termine Dharma indica gli insegnamenti del Buddha, a partire dall'origine del duhkha (la sofferenza), la pratica di tali insegnamenti, la via verso l'Illuminazione e di conseguenza il Buddhismo stesso. Il Dharma è anche la Legge universale che esprime l'intera realtà stessa e che il Buddhismo s'impegna a trasmettere e spiegare.

Il Dharma del Buddha è il nome del dojo (www.buppodojo.it), dove abbiamo incontrato il responsabile - come ama definirsi lui stesso - il "prete zen", Sengyo Van Leuven, ma che per molti è il Maestro Zen Sengyo. Il Buppo Dojo (letteralmente "luogo dove si pratica la via del Dharma del Buddha") si trova a Roma, in via Ferento 5, nei pressi della stazione metro A di Piazza Re di Roma (tel. 06 70032022 / 3891848431).

Entrando nel dojo si ha l'impressione di trovarsi in una piccola porzione di mondo orientale. Ci togliamo le scarpe e "seguiamo la via". L'atmosfera è calda e accogliente. Le luci soffuse e l'odore di incenso conferiscono all'ambiente una carica positiva che sembra stemperare ogni tensione e senso di pesantezza.

Veniamo accolti da Sengyo, il cui viso emana un'imperturbabile quiete. Il suo aspetto è austero, ma nello stesso tempo dimesso. Il maestro appare come una persona che sa vivere con poco, quel poco che basta a riempire l'anima. Sono sufficienti pochi istanti per comprendere che la sua ricchezza risiede dentro di lui. Il suo modo di parlare è pacato, privo di ogni presunzione o intenzione di convincere l'ascoltatore. Veniamo rapiti dalle sue parole, con le quali prova a spiegarci l'inspiegabile, un'esperienza di corpo e mente che il linguaggio non riesce ad armonizzare.

Innanzitutto abbiamo chiesto a Sengyo la cosa più ovvia che qualsiasi profano si sentirebbe di domandare: "Perché consiglieresti la pratica dello zazen?"

Per vivere… per vivere realmente e profondamente, completamente. La pratica dello zazen stimola lo spirito, lo stato della mente e chi vuole sradicare la sofferenza. È adatta a chi vuol uscire dal circolo vizioso di riprodurre sempre lo stesso errore, la stessa sofferenza, giorno dopo giorno, vita dopo vita. Questo spirito è, in genere, stimolato dall'osservazione dell'impermanenza. Possiamo vedere l'impermanenza in tutte le cose, in tutti i fenomeni, compreso in noi stessi. È necessario fare qualcosa perché nulla è permanente, perciò non si può perdere tempo. Osservare l'impermanenza è anche capire che esiste una possibilità di uscire dal circolo della sofferenza, lasciando cadere ogni presunzione di fatalismo. Per questo il Buddha ci ha trasmesso le "quattro nobili verità". La prima è la sofferenza, la seconda è la causa della sofferenza. Dobbiamo quindi capire che la sofferenza fa parte della vita, pertanto è necessario sradicare i tre veleni che la causano: l'avidità, l'odio e l'ignoranza. Bisogna dunque andare oltre la semplice comprensione e tagliare le radici della sofferenza. Esiste uno stato dello spirito da realizzare, che è la terza nobile verità, ossia la possibilità di risolvere la sofferenza, di porvi fine. Questo stato, il nirvana, permette di uscire dal Samsara (ciclo inerente alla vita, morte e rinascita, l'oceano dell'esistenza, il mondo materiale – n.d.a.). Per capire, sradicare e realizzare la sofferenza occorre iniziare una pratica, che è l'ottuplice sentiero, la quarta nobile verità (La Via, do, cammino che conduce alla risoluzione della sofferenza, alla sua cessazione – n.d.a.). Con la pratica dell'ottuplice sentiero è possibile comprendere come è la realtà, entrando nella vita ma non nel cosiddetto "cuore" della stessa. Il termine cuore fa intendere qualcosa di fisso ed immodificabile, una sorta di nodo che non esiste. Possiamo utilizzare il termine cuore nel senso di "apertura verso l'altro" e non come concetto di chiusura in se stessi. Si tratta di capire se stessi, per dimenticare se stessi, di uscire da questa sofferenza rimanendo insieme a tutti gli altri, intesi come "tutto l'universo", perché nell'assoluto non c'è differenza. Nel relativo, invece, c'è differenza perché si è condizionati dalla ragione ad un sé permanente, all'illusione che vi sia qualcosa da ottenere, qualcosa che renderà felici per sempre e completamente. Chiunque, tuttavia, sa che una cosa così – Sengyo afferra un'arancia – o una persona così non esiste. Nel momento in cui la ottengo, questa cosa è già cambiata. L'arancia desiderata può essere troppo acida o troppo difficile da sbucciare. Quando incontriamo qualcuno e siamo convinti che questa persona sia indispensabile per ottenere la felicità nella nostra vita, ci troviamo nella stessa situazione. Mi posso accorgere che qualche suo atteggiamento non mi aggrada, intuisco qualcosa che non è perfetta. Niente è mai perfetto. Anche le condizioni nelle quali viviamo sono sempre diverse. Lo zazen, quindi, si pratica per uscire dalla sofferenza, per entrare in contatto con gli altri, per capire realmente l'impermanenza, per essere in armonia con il cambiamento continuo di questa esistenza, per entrare in armonia, evitando i dualismi e la separazione, che creano la sofferenza. Questa pratica consiste nel capire bene, pensare bene, parlare bene, avere la giusta sessualità, ecc.

 La pratica dello zazen distaccata da una componente religiosa è possibile oppure la pratica è già religione?

La pratica stessa è spirituale, è religione. L'essenza stessa dell'essere umano è religiosa e praticare lo zazen significa entrare in contatto con questo aspetto religioso dell'individuo che, troppo spesso, dimentica che siamo tutti legati (interdipendenti) e quindi trascura l'importanza di superare i dualismi per raggiungere l'armonia. Entrare in contatto con questo aspetto dell'esistenza, l'interdipendenza, è la base della religione. Alla fine, quindi, non c'è differenza tra una pratica laica e quella di un monaco, a condizione che la pratica sia autentica. Una pratica autentica presenta tre aspetti: il primo, mushotoku, va praticato senza spirito di profitto, senza scopo o attaccamento a un guadagno personale, quindi non per ottenere qualcosa, poiché è fine a se stesso. Lo spirito deve lasciare andare i pensieri, non si deve identificare, né deve mostrare attaccamento nei loro riguardi. Non ci si deve limitare ai fenomeni, ma bisogna andare al di là del pensiero e del non pensiero (hishiryo), realizzando l'aspetto più universale dell'esistenza e non solo quello fenomenale. Si sperimenta l'esistenza per quello che è, senza voler aggiungere né togliere qualcosa. Questo significa accettare tutti gli aspetti della vita come positivi, senza bisogno di eliminare ciò che considero negativo. Infatti, nel tentativo di cercare sollievo, eliminando o respingendo le cose che considero negative, convinto di ottenere un beneficio per la mia felicità, non faccio altro che introdurre, invece, una nuova sofferenza nella mia esistenza. Quello che altrimenti possiamo fare è cambiare il punto di vista, evitando di identificarci con le cose che provocano sofferenza, esaminando tutte le possibilità di cambiare ciò che ci dà fastidio. Questo non vuol dire osservare da fuori, cosa che significherebbe dividere un dentro da un fuori laddove non dovrebbe esserci dualità affinché si possa raggiungere un'armonia con tutti i fenomeni. Non c'è differenza tra una cosa ed un'altra, tra una persona ed un'altra, pertanto le vorrò tanto bene quanto ne voglio a me stesso. Persino quando facciamo le pulizie non dobbiamo adoperarci per un fastidio o un dovere, ma eseguirle per il semplice motivo che sono la cosa da fare qui ed ora, in questo momento. Mushotoku è quindi lo stato dello spirito che non cerca di ottenere, aggiungere o togliere qualcosa ed è una condizione necessaria per ricevere tutti i benefici dalla pratica. I meriti ottenuti non devono essere usati per creare opposizione con gli altri o dualismi, è necessario dedicarli tutti agli altri e non tenerli per se stessi. Bisogna capire profondamente l'interdipendenza e quindi elargire i meriti a tutti gli esseri viventi, affinché tutto l'universo tragga vantaggio dal bene fatto a qualcuno.

C'è compatibilità tra la pratica dello Zen e le altre religioni?

Attraverso la pratica dello zazen è possibile capire in modo diverso gli insegnamenti delle religioni monoteiste. In realtà per praticare zazen non abbiamo bisogno di credere in un dogma, in qualcuno o in qualcosa, nemmeno nell'aldilà. Non è necessario un interlocutore o un prete che garantisca dei meriti per intercessione, cosa invece tipica del monoteismo. Il bisogno di interlocutori fu un aspetto criticato anche dal Buddha, che insegnò l'esperienza diretta, senza bisogno di cerimonie o di interlocutori religiosi per ottenere meriti. Il Buddha comunque non si è mai pronunciato sull'essere supremo, la dottrina del buddhismo afferma che tutto è interdipendenza, quindi tutto origina dall'interdipendenza delle cose.

Fatte salve le cerimonie, in cui è necessaria la figura di un prete, il contatto con l'Assoluto è possibile nel momento il cui l'uomo entra in preghiera. In questo senso anche nelle religioni monoteiste esiste un rapporto con Dio senza un intermediario.

Nelle correnti mistiche sì, ma nelle correnti ufficiali questo non è accettato. Alcuni miei amici sono monaci cattolici; ho anche un amico ebreo; ho conosciuto un musulmano… Tutti praticano lo zazen e così entrano in contatto con Dio. Non esiste quindi opposizione tra queste religioni e lo zazen. Il problema sorge quando la parola "Dio" indica un dio personale da pregare. Nello zen, infatti, non si prega per se stessi, per ottenere qualcosa, si prega per dare qualcosa, si chiede di venire in aiuto per l'altro. Il contatto con l'Assoluto, pertanto, è contemplato nello zazen ed è per questo che, dopo averlo praticato, molte persone, che avevano lasciato la propria religione, vi ritornano diventando più consapevoli del suo significato. Non è necessario abiurare per praticare lo zazen. Due miei amici, un benedettino e un domenicano, ogni mattina praticano lo zazen nella loro stanza; per loro è la preghiera assoluta, è parlare con Dio. Le parole dipendono anche dal sistema sociale, ma bisogna andare al di là delle parole, perché non è qui che è contenuto lo spirito. Le parole sono solo il dito che indica la luna. Lo spirito lo supera, creando un'unità con l'intero universo. E' questo lo zazen, così come la comunione con Dio nel Cristianesimo o nell'Islam. Il punto essenziale dello zazen consiste nell'osservare se stessi per dimenticare se stessi, perché solo in questo modo si può entrare in contatto con l'assoluto e in unità con tutti i fenomeni. È questo che distingue lo zazen da una pratica di benessere o da una tecnica di rilassamento. Lo zazen è complesso perché comporta l'osservazione di se stessi, come si è realmente e da tutti i punti di vista; significa accettare che tutto è presente, che esiste il bene ma anche il male, che siamo capaci di tutto quando ci osserviamo onestamente. Significa non indossare maschere.

Perché uscire dalla sofferenza se questa è una delle caratteristiche dell'essere umano?

Chi non vuole uscire dalla sofferenza? A chi piace soffrire ogni giorno? La sofferenza fa parte dell'esistenza, ma non per questo bisogna coltivarla.

Talvolta non potrebbe "aiutarci" a conoscerci meglio?

Non esattamente. La sofferenza serve a risvegliarci, a ricevere un elettroshock. Ci aiuta a iniziare una pratica, ad accettare che la vita è imperfetta, è frustrazione. Ma ciò non vuol dire che dobbiamo coltivare questo stato d'animo. La felicità esiste solo perché esiste la sofferenza e viceversa. Questo mi porta a un altro punto: dopo la pratica dello zazen c'è una gioia particolare che non si oppone alla tristezza, ma va al di là, comprende le due, la tristezza e la gioia normale. È la gioia della pratica, del lasciare andare, lasciare la presa, di uscire dall'ignoranza, cioè di vedere che non c'è qualcosa di sostanziale, che dire "questo sono io" non è reale, è una costruzione mentale che deriva da scelte verosimilmente sviluppate da bambini (retaggio culturale della convenzione in cui veniamo educati - n.d.a.), ma ho sempre la possibilità di fare nuove scelte, di approcciare la vita in un modo diverso.

Grazie Maestro Sengyo... a mani giunte.


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